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giovedì 23 febbraio 2012

LBO: leveraged buy out:Come ti compro l'azienda!

  • Il Leveraged buy-out è un’operazione che permette di acquisire un’azienda (target) o singole attività patrimoniali di essa mediante il ricorso all’indebitamento che, perfezionata l’operazione, è destinato ad essere rimborsato con mezzi di pertinenza della società acquisita.
  • Il Leveraged management buy-out (LMBO) è una operazione di acquisizione in cui gli acquirenti sono manager che provengono dall’impresa oggetto di acquisizione.
  • L’operazione di Leveraged family buy-out (LFBO) viene effettuata da familiari che già possedevano la qualifica  di soci dell’impresa obiettivo e che diventano soci della società NewCo.
1.Fase 1:
1.Individuazione della società target (caratterizzata da una buona redditività, e basso livello di indebitamento)
2.Predisposizione Business Plan dell’operazione e valutazione fattibilità
3.Identificazione Advisors per assistere l’acquirente
4.Costituzione di una azienda NewCo ( dotata di limitati mezzi propri)
5.Reperimento presso finanziatori terzi del capitale di debito in capo alla Newco per finanziare l’operazione di LBO
2.Fase 2:
1.Acquisizione del pacchetto di maggioranza dell’azienda target da parte della Newco
3.Fase 3:
1.Fusione tra azienda target e azienda Newco
2.Rimborso del finanziamento mediante Cash Flow generato dall’azienda risultante dalla fusione. (Tra le modalità di rimborso del debito vi è anche la possibilità di dismettere asset aziendali non più strategici).
3.Gli effetti fiscali dell’operazione risultano neutri.

Le acquisizioni Leveraged Buy Out poste in essere da dirigenti o da familiari sono interpretabili come modalità:
per ridurre i costi di agenzia connessi al conflitto d’interessi tra i proprietari (passivi) e coloro che guidano l’impresa;
per ottimizzare l’impiego dei free cash flow, così da attenuare le probabilità di fallimento dell’azienda dovute ad un uso inefficiente delle risorse;
anche se praticate su imprese familiari con proprietà e direzione coincidenti, le operazioni di LBO possono giocare un ruolo positivo sui risultati aziendali in quanto capaci di stimolare il gruppo imprenditoriale ad effettuare un impiego più oculato delle risorse, evitando un eccessivo rilassamento organizzativo e direzionale

mercoledì 31 agosto 2011

De Cecco e la campagna di Russia

Il quotidiano finanziario Vedomosti riferisce di un'operazione di un valore di circa 40 milioni di euro, con la prospettiva di doverne investire un'altra ventina per il rinnovo degli impianti e dei siti produttivi da parte della De Cecco per l'acquisto di 'Piervaia Macaronnaia Compania' di Andrei Kovalov, societa' leader del mercato russo per la produzione di pasta, con tre aziende a Mosca, San Pietroburgo e Smolensk.

Si attendo il via libero dall'antitrust russo.





 
Fonte: ANSA

martedì 26 luglio 2011

1 imprenditore su 3 ha investito nella propria azienda:assenti ingiustificate le banche

Dal sole24.com:
"«Dal 2008 - sottolinea Chiara Tronchin, coordinatrice della ricerca - il 16,4% degli imprenditori interpellati non ha puntato solo sulla capacità imprenditoriale di "creare reddito", ma anche sull'aumento del valore capitale dell'azienda». In prima fila, le imprese del manifatturiero (17,5%) e le aziende di servizi (17,1%). Più restie (14,3%) le imprese dell'edilizia, anche perché «sono state le più colpite dalla crisi economica»."
[...]
"Strumento principale della patrimonializzazione è stato il ricorso, in più di quattro casi su dieci, al finanziamento dei soci, seguito dal versamento in conto capitale (29,3%) e dall'aumento del capitale sociale (26,8%). E l'83% che non ha patrimonializzato? In gran parte (76%), perché non ne aveva la necessità, una su cinque perché ha sofferto problemi di liquidità e solo il 4,5% per motivi fiscali."

Tutta colpa di Basilea, il sostegno delle banche nell'ultimo periodo si èp ridotto all'osso, anni di conoscenza del tessuto industriale buttati all'aria per colpa del semaforo inesorabile del rating: ma gli imprenditori credono in sè stessi e nelle loro aziende, questa è l'Italia che produce e che ci tiene a galla... presto non sarà più sufficiente....

lunedì 6 giugno 2011

LBO: Leveraged buy-out

Il leverage buy out (LBO) è un'operazione di origine anglo americana volta a consentire ad uno o più soggetti privi delle necessarie risorse finanziarie, che definiremo promotori, di acquisire il controllo di una società target mediante l'utilizzo della leva finanziaria.



Il leverage buy out (LBO) è un'operazione di origine anglo americana volta a consentire ad uno o più soggetti privi delle necessarie risorse finanziarie, che definiremo promotori, di acquisire il controllo di una società target mediante l'utilizzo della leva finanziaria.

Promotori dell'iniziativa sono solitamente soggetti che conoscono molto bene la società target quali ad esempio manager; dipendenti; azionisti di minoranza; concorrenti; etc. con forte motivazione ad ottenerne il controllo.

Lo schema tipico dell'operazione è il seguente:

1. individuazione della società target

2. costituzione di una nuova società, cosiddetta "newco", dotata di limitati mezzi propri;

3. reperimento in capo alla newco di capitale di debito per il finanziamento dell'acquisto della partecipazione nella società target;

4. acquisto del pacchetto di maggioranza della società target da parte della newco

5. fusione tra la newco e la società target;

6. rimborso del finanziamento mediante il cash flow generato dalla società risultante dalla fusione

Risulta evidente che in sede di richiesta del finanziamento da parte della newco quest'ultima dovrà esporre al finanziatore l'intera architettura dell'operazione. La newco di norma non dispone infatti di alcuna capacità d'indebitamento ed il finanziamento le verrà concesso sulla base del progetto di leverage buy out, e limitatamente a tale scopo in quanto il finanziatore dovrà trovare garanzia nel patrimonio e nella capacità di rimborso forniti dall'azienda della società target.

Proprio per questo motivo la liceità delle operazioni di LBO in Italia è stata lungamente dibattuta, senza peraltro giungere ad una posizione unanime, da dottrina e giurisprudenza per il possibile contrasto con quanto stabilito dall'art. 2358 secondo cui "la società non può accordare prestiti, né fornire garanzie per l'acquisto o la sottoscrizione delle azioni proprie".

Con la riforma del diritto societario (Dlgs 6/2003 in vigore dal 1 gennaio 2004) le tesi a favore della liceità dell'operazione hanno trovato un valido supporto nel novellato art. 2501 bis c.c. che per la prima volta da espressa disciplina legislativa a tale tipo di operazioni.

Art. 2501 bis Fusione a seguito di acquisizione con indebitamento

Nel caso di fusione tra società, una delle quali abbia contratto debiti per acquisire il controllo dell'altra, quando per effetto della fusione il patrimonio di quest'ultima viene a costituire garanzia generica o fonte di rimborso di detti debiti, si applica la disciplina del presente articolo.

Il progetto di fusione di cui all'articolo 2501 ter deve indicare le risorse finanziarie previste per il soddisfacimento delle obbligazioni della società risultante dalla fusione.

La relazione di cui all'articolo 2501 quinquies deve indicare le ragioni che giustificano l'operazione e contenere un piano economico e finanziario con indicazione della fonte delle risorse finanziarie e la descrizione degli obiettivi che si intendono raggiungere.

La relazione degli esperti di cui all'articolo 2501 sexies, attesta la ragionevolezza delle indicazioni contenute nel progetto di fusione ai sensi del precedente secondo comma.

Al progetto deve essere allegata relazione della società di revisione incaricata della revisione contabile obbligatoria della società obiettivo o della società acquirente.

Alle fusioni di cui al primo comma non si applicano le disposizioni degli articoli 2505 e 2505 bis.

Il legislatore ha dunque riconosciuto la liceità delle operazioni di LBO, ma si è altresì premurato di richiedere alcune informazioni supplementari a garanzia della trasparenza dell'operazione.

Gli amministratori coinvolti dovranno dunque indicare le reali ragioni sotto il profilo economico-imprenditoriale dell'intera operazione, e fornire adeguata informazione in merito al piano economico e finanziario che ne consente l'implementazione.

Si tratta in pratica di predisporre un vero e proprio business plan con una particolare attenzione all'aspetto finanziario, la società risultante dalla scissione avrà infatti un indebitamento di gran lunga superiore rispetto a quello della società target ante fusione.

Tra le modalità con cui solitamente si prevede di far fronte al rimborso del debito, oltre al cash flow generato dalla gestione caratteristica, vi possono essere più complesse operazioni di ridefinizione delle strategie aziendali con dismissioni di asset non più considerati indispensabili.

Molto importante è inoltre ricordare come l'ultimo comma dell'art. 2501 bis vieti di avvalersi delle procedure semplificate previste dall'art. 2505 e 2505bis nei casi di fusioni per incorporazione di società interamente possedute o possedute almeno al 90%.

In passato le operazioni di leverage by out potevano avere anche interessanti risvolti di natura fiscale quali ad esempio la possibilità di affrancare il disavanzo da annullamento o da concambio con imposta sostitutiva (Dlgs. 358/97) e la possibilità di dedurre gli interessi passivi inerenti al debito apportato dalla newco. A seguito della recente riforma fiscale non è ora più possibile utilizzare l'imposizione sostitutiva di cui al Dlgs 358/97, l'operazione di fusione continua in ogni caso ad essere un'operazione fiscalmente neutra (art. 172 Dpr. 917/86).

Sul fronte degli interessi passivi occorrerà invece ora tenere conto delle disposizioni sulla thin capitalization (art. 98 Dpr. 917/86) che nelle operazioni di leverage buy out potrà determina un parziale indeducibilità degli stessi.

martedì 19 aprile 2011

FORBES: la crisi delle PMI e la ricerca di nuove fonti di finanziamento

"...Per il 29% delle Pmi italiane, nel 2010 il problema numero uno è stato l'incertezza finanziaria, per un altro 29% la carenza di nuovi clienti e per un ulteriore 25% l'accesso a credito e finanziamenti.
A registrare una crescita di fatturato nel 2010 è stato il 24%. Risultato opposto per il 34%, mentre sostanziale stabilità è stata registrata dal 42% delle Pmi intervistate. In generale, si teme molto per la solidità del proprio patrimonio: il 45% ha lamentato la mancanza di risorse finanziarie adeguate per girae la boa dopo la crisi."
"Il tallone d'Achille resta però la liquidità: negli ultimi due anni l'86% ha dovuto chiedere un finanziamento ma solo il 12% lo ha ottenuto per l'intera somma richiesta (molto meno che negli altri paesi) e il 14% non ha ricevuto nulla. Nonostante i piani statali e bancari, dunque, la percezione delle Pmi italiane su stretta creditizia e accesso al credito è in molti casi peggiorato (35%) nel post-crisi.

Come ottenere credito o capitale di debito? La forma più comune sono i prestiti bancari garantiti (39%), dipo di che si tende a ricorrere a carte di credito aziendali (28%), fidi bancari garantiti (27%) e credito commerciale (25%). Perchè si chiedono i finanziamenti? Gli obiettivi primari sono: espansione nazionale (31%), miglioramento della capacità (27%), investimento in nuove tecnologie (24%)."



Fonte:
http://www.pmi.it/lavoro-e-imprenditoria/articoli/8808/forbes-pmi-in-crisi-in-cerca-di-fondi.html
 Indagine Forbes Insights - "Small and Medium-Sized Enterprises: Rebuilding a Foundation for Post-Recovery Growth"

giovedì 17 marzo 2011

Nasce il 5 ° operatore di telefonia: WIND si unisce a VIMPELCOM

L'assemblea degli azionisti ha deciso:VIMPELCOM, colosso russo della telefonia; procederà alla fusione con WIND Telecom di Naguib Sawiris, controllante di Wind Italia.

"All'assemblea, si legge nella nota di Vimpelcom, ha partecipato il 93,1% degli aventi diritto al voto. A votare a favore dell'operazione e' stato il 53,3% degli aventi diritto presenti. Guardando pero' agli azionisti indipendenti, a votare contro è stato il 60,2%, contro il 39,8% dei favorevoli. Determinante e' stato quindi il voto di Altimo che, in quanto socio fondatore del gruppo insieme a Telenor, ha attualmente la quota maggioritaria dei diritti di voto, pari al 44,65%." ( FONTE TGCOM)
Ecco come ha commentato il presidente e amministratore delegato di Vimpelcom, Alexander Izosimov :
''Il via libera alla fusione da parte dei nostri azionisti porterà alla creazione di un nuovo operatori globale di telecomunicazioni con oltre 173 milioni di clienti mobili e in grado di coprire una popolazione di 838 milioni di persone''.

Sono attesi 2,5 miliardi di dollari di saving grazie alle future sinergie attuabili.

venerdì 25 febbraio 2011

Pop Economy: l'economia partecipativa come nuovo modello di economia sociale?

Oggi, dopo il fallimento del comunismo e un po anche del capitalismo all'occidentale, si va affermando una nuova economia che si aggiunge, persino si sovrappone, alle altre forme ipotizzate da studiosi anglossassoni, come la new economy, la free economy: si tratta della pop economy, ovvero l’economia della condivisione, spesso a costo zero che si avvale dello strumento più partecipativo che esiste: la grande rete.

"Perché comprare un tosaerba che utilizzo tre volte l’anno, se posso affittarlo solo quando mi serve dal vicino e “pagarlo” annaffiandogli le piante mentre è in ferie? E perché comprare uno scooter pagando bollo, assicurazione e manutenzioni, quando il Comune (ancora pochi, in realtà) mi può affittare una bicicletta che poi consegno nei punti di scambio sparsi qua e là nella città? Perché comprare beni di prima necessità (cibo, vestiti) su scala individuale, quando posso raccordare più esigenze, magari di amici e/o parenti, e costituire un gruppo di consumo presentandomi con ordini consistenti direttamente da un grossista o da un produttore, ottenendo così sconti anche forti? Perché non scambiare cose di cui non ho più bisogno con altre che mi servono? Perché addirittura non regalarle pur di liberarmene?"  [http://www.italiamagazineonline.it/archives/4995/pop-economy-nuova-economia-partecipativa/]

Il tutto però ritornando all'obbiettivo numero uno del capitalismo: fare profitto!!! non avere possibilità di guadagno, vuol dire non fare business!!!

martedì 15 febbraio 2011

La ricetta della Coca cola non è un più un segreto....dal 1979

Riprendo un interessanto articolo pubblicato su Corriere.it: in cui si fa notare come la notizia della diffusione della ricetta della Cocacola sia in realtà una bufala, in quanto riprende un articolo di giornale pubblicato 32 anni fa in cui, in base a confidenze informali, si era riusciti a risalire a una probabile ricetta della bevanda più diffusa al mondo. Ma è già stato ampiamente dimostrato che quella ricetta non corrisponde a quella di Mister Pemberton....

( segue Articolo tratto da Corriere.it)

"La ricetta viene pubblicata da This American Life che cita un articolo ritrovato ora, apparso sull’Atlanta Journal and Constitution del 1979 il quale a sua volta riportava le memorie di un amico del creatore della ricetta. In realtà non è caduto nessun segreto perché si tratta di una versione leggermente diversa della sedicente ricetta originale del farmacista di Atlanta John Pemberton, inventore del Pemberton's French Wine Coca (che sarebbe poi divenuta divenuta la Coca Cola) pubblicata da Mark Pendegrast, nel suo fondamentale libro del 1993 “Per Dio, la patria e la Coca-Cola: la vera storia (non autorizzata) della bibita più famosa del mondo” edito da Piemme. La differenza fondamentale della ricetta ritrovata sarebbe nell’ingrediente 7X, un insieme di oli essenziali, che è quattro volte superiore in questa versione, e che – curiosità – contiene anche una piccola quantità di alcol. Quindi in teoria chiunque potrebbe farsi in casa la Coca Cola, visto che gli ingredienti sono reperibili sul mercato specializzato degli aromi alimentari.

..." (Francesco Arrigoni)

mercoledì 26 gennaio 2011

Blue economy - Green economy - Red Economy: i colori dell'economia...

In origine era la Red Economy, caratterizzata da consumi di massa a basso costo, con prodotti che non tengono conto delle risorse del futuro e del loro spreco, con enormi danni all'ambiente.

Successivamente, l'opinione pubblica ha obbligato le imprese ad operare in una Green Economy, caratterizzata da prodotti a basso impatto ambientale sia in termini di risorse utilizzate sia di processi. Tale economia si basa sugli incentivi pubblici e sulla tassazione dei prodotti della vecchia economia rossa. Il punto debole consiste negli enormi costi sostenuti per rendere l'economia sostenibile, che di fatto la rende non più grande di una nicchia per i paesi più ricchi.



Il futuro è alle porte e la Blue Economy ad un passo: i consumi devono diventare sostenibili per tutti. L'economia Blu si basa su quattro pilastri fondamentali:
  1. Fare Business ( non è così banale come sembra);
  2. con prodotti realizzati senza sfruttare in modo disumano la manodopera;
  3. senza utilizzare sostanze dannose nei processi e nei materiali di produzione
  4. senza dover inquinare l'ambiente di adesso, ma anche quello di domani!
Il termine  Blue Economy è stato inventato dall'economista belga Gunter Pauli, fondatore di Zero Emission Initiative, network con oltre tremila scienziati impegnati nello sviluppo di modelli economici sostenibili ma competitivi.

Per saperne di più: 
Espansione, mensile di economia e società
www.zeri.org Zero Emission Initiative
Blueeconomy.de
it.wikipedia.org/wiki/Gunter_Pauli

mercoledì 12 gennaio 2011

La Provocazione - Il fallimento di Dahlia Tv: c'è pluralismo quando esiste l'imprenditorialità...

«A seguito del mutato scenario di mercato che ha reso insostenibile lo sviluppo del proprio business, gli Azionisti di Dahlia Tv hanno deciso di mettere in liquidazione la Società. Non sono ancora state assunte decisioni in merito alla prosecuzione delle trasmissioni, che per il momento seguiranno la normale programmazione», recita infatti lo scarno comunicato che si può leggere sul sito dell'emittente.

I problemi per Dahlia, erede della 7 Carta più, nascono dalla decisione dei soci svedesi di Airplus Tv, che detengono la maggioranza azionaria, di non approvare la ricapitalizzazione di 150 milioni di euro necessaria a sostenere il nuovo business plan triennale.

Il punto di pareggio era a 350.000 abbonati, ne mancavano solo 50.000...

Ma perchè in Italia manca il pluralismo in ambito televisivo? è solo un problema politico-legislativo? siamo un popolo amante delle abitudini consolidate e non ci piace sperimentare nuove proposte? o mancano valide alternative imprenditoriali in un settore, quello delle pay tv, ad oggi di fatto in un sistema di duopolio sky - Mediaset?

Potrebbe anche essere colpa della presenza di mammaRai sulla tv generalista e gratuita a frenare nuove avventure in ambito pay tv?

venerdì 7 gennaio 2011

La politica dei prezzi

LA POLITICA DEI PREZZI

Ogni impresa è chiamata a decidere il prezzo al quale vendere ciascuno dei prodotti trattati. Questa decisione prende il nome di politica dei prezzi.

Stabilire il prezzo di vendita di un prodotto ha un’importanza fondamentale per ogni impresa. Questa scelta, infatti, può determinare il successo dell’azienda di vendita dell’azienda.

In linea di massima si può affermare che il prezzo deve essere fissato in modo da coprire innanzitutto il costo sostenuto per l’acquisto o l’ottenimento del prodotto. Ma non è sufficiente. Il prezzo non dovrà, infatti, consentire solamente la copertura dei costi di acquisto o di produzione, ma dovrà permettere alcune il conseguimento di un certo margine di profitto.

Tuttavia l’impresa può agire sul prezzo di vendita con delle appropriate politiche in modo da cercare di espanderle.
Alcune di queste politiche possono essere svolte nello spazio, come la politica dei prezzi richiamo o dei prezzi multipli, altre nel tempo, come la politica dei prezzi stagionali o di penetrazione.

La politica dei prezzi-richiamo consiste nell’applicare dei prezzi particolarmente bassi per alcuni prodotti: in alcuni casi si tratta di un prezzo che non consente neppure la copertura dei costi di acquisto o di produzione. Questi prodotti prendono il nome di prodotti civetta e hanno lo scopo di attirare la clientela nel punto vendita in modo da indurla all’acquisto, non solo del prodotto civetta, ma anche degli altri prodotti venduti ad un prezzo normale o addirittura ad un prezzo maggiorato. La presenza di un prezzo ridotto applicato su un prodotto può indurre il cliente ad immaginare che i prezzi praticati dall’impresa siano particolarmente vantaggiosi anche per gli altri prodotti.
L’effetto di tale politica è quello di generare una crescita delle vendite che riguarda tutti i prodotti trattati dall’impresa e non solo il prodotto civetta.
Questa tecnica di marketing è usata soprattutto dalle imprese di distribuzione che vendono al dettaglio.
Affinché essa abbia dei risultati soddisfacenti è necessario che l’applicazione di prezzi richiamo sia abbondantemente propagandata e che i beni oggetto della vendita a prezzi ribassati siano beni di largo consumo e di basso costo: cioè beni che formano oggetto di frequente acquisto da parte dei consumatori in modo tale che essi sono facilmente attratti dal prezzo particolarmente vantaggioso.

La politica dei prezzi multipli consiste nell’adottare dei prezzi diversi per uno stesso prodotto che viene differenziato solamente per alcuni aspetti esteriori o secondari, come, ad esempio, per la sua confezione.
L’impresa quindi fissa dei prezzi diversi a seconda della confezione usata o del tipo di negozio nel quale il bene è venduto. Scopo di questa politica è quello di spingere i clienti ad autoclassificarsi, in modo che ogni cliente sceglie la confezione desiderata o il negozio presso il quale effettuare l’acquisto.


La politica dei prezzi stagionali consiste nel diversificare i prezzi di vendita di uno stesso prodotto nel tempo. Essa è applicata maggiorando i costi di una quota di ricarico che varia nel corso del tempo.
Lo scopo di questa tecnica di marketing è quello di aumentare le vendite nei periodi in cui queste tendono a ridursi in modo da evitare che le scorte esistenti nei periodi in cui gli acquisti sono minori restino in magazzino fino da un anno ad un altro con conseguente immobilizzo dei mezzi finanziari impiegati in esse.
Esempi di questa politica dei prezzi si hanno in prodotti alimentari che sono venduti soprattutto in particolari periodi dell’anno (panettoni, colombe, uova di Pasqua, gelati, ecc..), ma anche nel settore dell’abbigliamento nel caso di capi non più di moda che suscitano un minor interesse da parte degli acquirenti.


La politica dei prezzi di penetrazione consiste nell’applicare prezzi particolarmente bassi nel momento del lancio di un nuovo prodotto o quando un’impresa vuole entrare in un nuovo mercato. Successivamente, quando il mercato è stato conquistato, il prezzo del prodotto tende ad aumentare.


L’interesse di ogni impresa è quello di ogni impresa è quello di conseguire un utile non dalla vendita di un singolo prodotto, ma di tutti i prodotti trattati. Per questa ragione, in uno stesso momento, le varie politiche dei prezzi possono convivere con riferimento ai diversi prodotti commercializzati dall’azienda.

mercoledì 7 maggio 2008

Unilever vuole disfarsi di Bertolli e marmellate Santa Rosa




La multinazionale Unilever vuole disinvestire in Italia.



Per le marmellate Santa Rosa, valutata in 200 mln, è stato confermato l'intento della società di essere pronta a accogliere e valutare l'interesse di potenziali acquirenti.






Per quanto riguarda invece il marchio Bertolli (olio e Aceto), è allo studio una cessione in licenza del marchio per olio e aceto, mentre per quanto riguarda il settore sughi e surgelati rimane la volontà di continuare, visti anche gli ottimi andamenti del mercato statunitense dove sono molto sviluppati.Bertolli fattura a livello mondiale 600 mln di euro e le eventuali partnership strategiche accettate da Unilever, dipenderanno dalla cessione o meno degli stabilimenti italiani al partner.



Confermata anche la volontà di cedere i marchi Olio Dante e Maya.



Alzi la mano chi sapeva che questi marchi non fossero "italiani"? non tanti vero...Alla faccia della difesa dei prodotti alimentari italiani dagli imitatori stranieri...

giovedì 27 marzo 2008

Accordo Cocacola - Illycaffè: il cappuccino in lattina





Le due società hanno formalizzato l'accordo per la creazione di una joint venture per lanciare tre nuovi prodotti nel mercato delle bevande in lattina.Le tre bevande si chiameranno Caffe, Cappuccino e Latte Macchiato e verrano vendute in lattine da 150 ml e 200ml.
Il progetto, come ha spiegato Andrea Illy, è nato quattro anni fa, e solo anni di investimenti in ricerca e sviluppo hanno permesso di creare in lattina tutto il sapore del buon caffe Illy, cosi come servito dal bar.

Il mercato delle bevande pronte è in espansione e quindi molto stimato a livello mondiale, conta un giro d'affari di 16 miliardi di dollari, con un incremento del 10% negli ultimi 5 anni.
I nuovi prodotti saranno in vendita da aprile in Austria, Croazia,Grecia e Ucraina, e poi solo successivamente proposto agli altri paesi Ue, compresa l'Italia,in Asia, America e Paesi mediorientali.

giovedì 20 marzo 2008

Cocacola:think global, act local

Come abbiamo già detto la cocacola risulta essere la prima impresa globale, al top dello speciale ranking delle imprese leadear a livello globale.
per raggiungere tale posizione, però, la cocacola ha dovuto adattarsi ai diversi mercati in cui opera. Mercati caratterizzati non solo da diversità culturali e di tradizioni,ma anche differenze climatiche e ambientali in senso stretto.
In Cina la cocacola è una bevanda di lusso,servia su vassoi d'argento,in Spagna è un mero ingrediente da aggiungere al vino, in alcune zone è bevuta fresca, in altre ( a Tromso,polo nord) è bevuta calda, e per questo conservata in appositi riscaldatori.
Un ulteriore adattamento all'ambiente lo ha subito anche il formato della bevanda: in Zimbawe è venduta in bottiglie da 200ml, mentre in altri paesi la bottiglia è una sconosciuta; negli stessi Usa usano una lattina diversa da quella venduta in Gran Bretagna (355ml contro 150 ml).
Altri adattamenti riguardano la linea di prodotto: la diet coke non è venduta con questo nome in quei paesi dove il termine diet(dieta) ha accezzione negativa ( per esempio in Italia dove era chiamata COcacola Light.
Ulteriori adattamenti sono richiesti dalla normativa vigente nei diversi paesi, in materia di packaging, data di scadenza, indicazione ingredienti.
A causa di tutte queste differenze anche le campagne publicitarie vengono modellate in base al paese di riferimento: di solito vengono creati deu concetti chiave, delle pubblicità modello, poi gli esperti del luogo studiano le modifiche necessarie( dal cambiamento della colonna sonora o del slogan, fino alla creazione di un nuovo messaggio pubblicitario.

domenica 16 marzo 2008

la storia di una multinazionale: la Cocacola...concentrata

Nel 1926 il signor Woodruf accarezzò l'idea di vendere il suo sciroppo al gusto di cola anche oltre oceano. Problema:Come trasportare lo sciroppo?Era una sostansza pesante e voluminosa e non sarebbe stato conveniente trasportarla via mare...
Soluzione: svilppare un concentrati, che opportunamente trattato una volta giunto a destinazione avrebbe consentito la vendita della cocacola in tutto il mondo.Durante la Guerra furono installati in Europa 64 stabilimenti di imbottigliamento (il più grande era a Parigi!). Nel 1975 esistevano gia 750 imbottigliatori sparsi su 135 nazioni.
L'importanza del mercato estero si evince da questo dato:nel 1989 l'80% dei ricavi provenivano dalla divisione Esteri del gruppo, e nello stesso anno i ricavi provenienti dal Giappone, per la prima volta, superavano i ricavi derivante dal mercato interno agli Usa.Oggi la cocacola si vendwe in piu di 200 nazioni.

Problema: come adattare la bevada agli usi e costumi e tradizioni di tutti questi popoli??

La soluzione della cocacola company nella prossima puntata di martedi18 febbraio

giovedì 13 marzo 2008

Le origini della CocaCola-parte prima

Fu messa in vendita per la prima volta nella farmacia Jacob's di Atlanta (Georgia).Era il 1886 e il dottor Pemberton inventò questa mitica bevanda, acui più tardi il suo socio Robinson diede il nome di COCACOLA.All'inizio veniva venduta a 5 cent il bicchiere:quell'anno furono venduti 25 galloni (50 dollari lordi di guadagna)!!!
Il marchio venne registrato nel 1893.Solo nel 1916 l'azienda Root Glass realizzò la bottiglia dal profilo unico che ancora adesso individua la bevanda. Fin al 1923 la CocaCola era venduta solo negli Usa in CAnada e a Cuba.
Fu il presidente della cocacola company in quell'anno a lanciare il prodotto oltreoceano creando una divisione aziendale ad hoc: la divisione esteri,appunto, con sede a New York.
Problema: come risolvere il problema della difficolta di trasporto della bevanda? era voluminosa,pesante e se confezionata in bottiglie di vetro anche molto fragile...

alla prossima puntata per vedere come la CocaCOla company sia riuscita a diventare la prima Global brand nl mondo...
(il prossimo post sarà pubblicato sabato 13 marzo!!!)

giovedì 6 marzo 2008

Scalata Yahoo:è pronto Time Warner!!!

Secondo il WALL STREET JOURNAL, si stanno tenendo fitti colloqui tra Yahoo! e Time Warner,colosso Usa dei media.L'accordo prevederebbe l'ingresso in Yahoo della divisione internet Aol di Warner.Nonostante questa contromossa dei vertici YAhoo! per reagire all'OPA lanciata qualche settimana fa da Microsoft, i ben informati sostengono, che alla fine, sarà proprio la compagnia di Bill Gates la probabile vincitrice di questa disputa.

domenica 2 marzo 2008

Starbucks e la pausa motivazionale


Segnalo nel link un interessante articolo che parla dell'iniziativa del gran capo di Starbucks per motivare i propri dipendenti e vincere la gara con i caffe economici del Mc...

http://www.tgfin.mediaset.it/tgfin/articoli/articolo402674.shtml

mercoledì 27 febbraio 2008

Confronto tra i mercati delle società di revisione in alcuni Paesi europei

Quote di mercato per numero di incarichi (tab.1)


KPMG Pricewaterhouse Deloitte Ernst&Young Non-Big
Francia* 11% 9% 10% 15% 55%
Spagna* 6% 17% 37% 31% 9%
Regno Unito*nd 30% nd nd 7,3%
Italia 13% 29% 24% 24% 10%
*dati 2005




Quote di mercato sulle imprese a maggiore capitalizzazione (2006) (tab.2)[1]


KPMG Pricewaterhouse Deloitte Ernst&Young Non-Big
Germania 61,3% 35,5% 0% 3,2% 0%
Francia 18,2% 15,6% 22,1% 27,3% 16,8%
Spagna 8,6% 22,9% 57,1% 11,4% 0%
Regno Unito 20% 50% 13% 16,7% 0%
Italia 25% 27,5% 16% 30,5% 0%

La prima tabella mostra le quote di mercato tenendo conto tutte le società quotate alla borsa nazionale di riferimento .Il dato più evidente è quello della quota delle non-big in Francia, ma è facilmente spiegabile. In questo paese vige una normativa tale per cui le società quotate sono obbligate a dare incarico a due società di revisione distinte, che firmano congiuntamente la relazione finale (doppia società di revisione). Ciò ha permesso alle società di revisione minori di affiancarsi alle Big Four.
Per il resto notiamo una certa omogeneità tra le big in tutti i paesi, con la leadership di E&Y in Francia, di Deloitte in Spagna, di Pricewaterhouse nel Regno unito e in Italia.
KPMG pur non risultando leader in nessuno di questi paesi, vede migliorare la propria posizione se prendiamo in considerazione la quota di mercato relative alle sole imprese a maggior capitalizzazione (tab.2). Il dato più evidente è il precipitare delle percentuali relative alle non big, con la solita eccezione, già spiegata, della Francia. In questo nuovo contesto KPMG diventa leader con la maggioranza di 3/5 in Germania, e vede raddoppiare tutte le percentuali negli altri paesi. In Francia il leader diventa ( o resta, poiché era già la prima delle Big Four) Ernst&Young, che riesce a sottrare la leadership in Italia a danno di Pricewaterhouse, che a sua volta può vantare una maggioranza assoluta nel Regno Unito. Infine, la situazione in Spagna non cambia, senonchè, Deloitte si conferma leader crescendo fino al 57%.

Note:
[1] Sono state prese come riferimento le imprese maggiormente rilevanti in termini di capitalizzazione, quotate nei suddetti mercati europei. Si tratta dei soggetti che, al 30.06.07, sono inclusi nei seguenti indici borsistici:
- Italia: S&P MIB;
- Regno Unito: FT 30;
- Francia: CAC 40;
- Spagna: IBEX 35;
- Germania: DAX.

fonte: osservatorio sulla revisione-Università Bocconi

domenica 24 febbraio 2008

Il mercato delle società di revisione in Italia

I grafici che seguiranno mostreranno la suddivisione del mercato delle quotate alla Borsa di Milano. Sono state prese in considerazione 268 società, in quanto sono state escluse:
le società estere(29);
le matricole 2006 e 2007 (4)
società per i quali mancano i dati necessari(16).

Quota di mercato per numero di incarichi nel 2006:
KPMG:13%
DELOITTE:24%
ERNST&YOUNG:24%
PRICEWATERHOUSE:29%
non-BIG:10%

Le aziende del campione non revisionate dalle Big 4 sono in totale 27. Più della metà di queste (15) ha conferito l’incarico a Mazars & Guerard, segue BDO con 4 incarichi, Pfk Italia con 3, Audirevi con 2, infine Agn Serca, Axis e Fidital titolari di un incarico. Le società che offrono servizi di revisione alle quotate sono in totale 11 (le Big 4 e 7 non Big), mentre sono 21 le società iscritte nell’Albo speciale Consob. Questo implica che 10 società, benché in possesso dei requisiti previsti dalla legge per lo svolgimento di servizi di revisione contabile presso aziende quotate, non sono titolari di alcun incarico.

Quota di mercato relativa per le società Non big (totale di 27 incarichi) nel 2006
Mazars: 55%
Audirevi:7%
BDO:15%
AGN:4%
Pkf:11%
Axis: 4%
Fidital 4%

Fonte:SDA-Bocconi, Osservatorio di revisione, giugno 2007